Ripensare la geografia, la sfida lanciata da Terra Madre

Ripensare la geografia, la sfida lanciata da Terra Madre

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Francesca Grassitelli

Torna Terra Madre Salone del Gusto 2020, festival a tema “Our food, Our planet, Our future” con un’edizione tutta differente dalle precedenti. Durerà sei mesi, dall’8 ottobre ad aprile 2021 – quando a Torino si svolgerà il Congresso Internazionale di Slow Food – e si articolerà in conferenze, food talk e forum della rete trasmessi online, toccando più di 160 paesi in tutto il mondo.

«Mettiamo da parte i confini politici e focalizziamo l’attenzione sulla Terra, sui suoi ecosistemi, sulle relazioni fra gli esseri umani e la natura. Il mondo è interconnesso e i rapporti di causa-effetto spesso sfuggono ai nostri occhi» afferma Serena Milano, responsabile dei progetti Slow Food sulla biodiversità.

Anche quest’anno Torino e il Piemonte sono al centro: è qui che, nel 1996, è cominciato il viaggio del Salone del Gusto, ed è da qui che simbolicamente comincia anche l’edizione di quest’anno, con una serie di eventi in programma tra l’8 e il 12 ottobre: un’anteprima ricca di appuntamenti, tra cene, degustazioni, incontri e conferenze, che fanno da antipasto agli oltre 200 eventi che animeranno la regione e il capoluogo.
Per le aziende ci sarà l’e-commerce, il mercato dei produttori italiani e internazionali ospitato direttamente sulla piattaforma con vere e proprie vetrine virtuali, grazie a cui i produttori potranno commercializzare una selezione dei loro prodotti in Italia e all’estero.

La conferenza inaugurale, tenutasi giovedì 8 ottobre ed intitolata “Nuove geografie e futuri possibili”, ha avuto come tema portante la geografia, scienza che maggiormente ci permette di comprendere il mondo in cui viviamo.
Per gli organizzatori di Slow Food, cambiare prospettiva sul modo in cui guardiamo il pianeta significa cambiare i nostri comportamenti e sistemi di sviluppo. Perciò, anziché parlare della Terra dalla prospettiva geo-politica, Terra Madre preferisce concentrarsi sulle categorie di ecosistemi, sui concetti di biodiversità e di crisi ambientale.

Abbracciare l’idea di un legame tra tutti i campi del sapere è un primo passo fondamentale: lo dimostrano le relazioni reciproche tra fenomeni quali l’aumento del livello del mare, delle disuguaglianze sociali, la perdita della biodiversità e la violazione dei diritti umani.
Per questo, Terra Madre, ha invitato tre diverse figure professionali, – un geografo, un economista ed una politologa – a dimostrazione dell’importanza della dimensione comunitaria nelle nostre logiche di pensiero e di azione. Pensare in termini di un rapporto tra globale e locale è essenziale anche nell’analisi dell’eredità del passato, così da meglio comprendere le logiche di funzionamento del futuro, per quanto imprevedibile esso sia.

La pandemia ha difatti messo in evidenza le contraddizioni di un sistema basato sulla crescita continua, ormai obsoleto ed insostenibile.
A riflettere per primo sulle conseguenze negative della globalizzazione il professor Franco Farinelli, a partire dalla nozione di mappa geografica. Le mappe hanno inevitabilmente cancellato la dimensione sferica della Terra, insegnandoci a pensare in termini di centro e periferia, modelli dominanti anche nell’organizzazione territoriale. Ma se il mondo è una sfera, allora è necessario intenderla come un tutt’uno globale, senza centro né periferia.

Paul Collier ha invece posto l’accento sulla nozione di “cervello dell’umanità”. Se da un lato il capitalismo ha incentivano il lavoro di squadra, dall’altro ha prodotto quella che l’economista definisce “teoria dell’uomo economico”: secondo tale teoria, l’uomo sarebbe un individuo pigro ed avido, bisognoso di essere governato da capi che, secondo la retorica comune, sanno cosa sia meglio per lui.
Qui Collier ha innanzitutto precisato che non sempre i governanti sanno cos’è meglio per il proprio popolo, e ciò è evidente nel modo in cui paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America hanno reagito alla pandemia.
Al polo opposto spicca, invece, la Svizzera: questa, dinanzi all’emergenza economico-sanitaria, ha individuato 250 aziende locali ritenute essenziali per l’economia del paese, esortandole ad elaborare un piano per garantire le proprie forniture. Questo è, per Collier, un chiaro esempio di comunitarismo: la resistenza del paese è affidata ai produttori locali, non ai vertici.

Infine, l’analista Virginie Raisson ha definito la pandemia «l’inevitabile conseguenza del sistema alimentare globale». Con l’aumento della domanda di carne e la conseguente deforestazione, assieme a meccanismi di allevamento industriale, può facilmente accadere che specie selvatiche di animali contagino quelle domestiche. Se a ciò si aggiungono la globalizzazione e i viaggi internazionali, comprendiamo bene quanto velocemente il virus si diffonda tra gli esseri umani.
Molto spesso si tende ad individuare come causa dei disastri ambientali la sovrappopolazione: in realtà, osservando i dati, ci accorgiamo che l’aumento demografico riguarda gli over 50, e dunque esso non è legato al tasso di natalità ma all’aumento dell’aspettativa di vita.
Il vero problema è, dunque, il nostro stile di vita, il nostro modello economico ed alimentare: «Cambiare la nostra dieta basterebbe a rallentare gli effetti sul clima dell’agricoltura globale, che rappresenta un terzo dell’impronta di carbonio mondiale», ha commentato infine la Raisson.

La conferenza si è conclusa con un appello ai giovani di oggi e del domani.
Alimentare le diverse forme di pensiero, agire sulla base dell’etica e della responsabilità comunitaria ed innovarsi continuamente, questi i consigli che i tre esperti hanno voluto offrire alle nuove generazioni.

Guarda la conferenza inaugurale “Nuove geografie e futuri possibili”

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